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Giancarlo Riviezzi, 19 ottobre 2012, ore 09:00

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Riccardo Falcinelli, Guardare pensare progettare, Stampa alternativa, 2011.

Se prima c'erano le regole dei terzi o la sezione aurea a esprimere coordinate per muoversi all'interno della composizione di uno spazio visivo, oggi i progressi nel campo delle neuroscienze permettono un modo più consapevole e preciso di approcciarsi alla materia.
Anzitutto, bisogna sapere cosa si intende per "guardare". Non "vedere", e già quello non è questione di sole pupilla e retina. «Guardare significa prestare attenzione, osservare con in testa una qualche volontà», laddove intervengono processi cognitivi che coinvolgono miliardi di neuroni e si trascinano dietro millenni di evoluzione. Si guarda in maniera sinestetica, si investono dunque i sensi (che non sono soltanto cinque...) e, soprattutto, intervengono modelli culturali a interpretare le informazioni e costruire la visione. Ma questo, come il fatto che sia la mente a comporla (in molti casi, ad anticiparla per una questione di abitudine e probabilità) probabilmente lo sapevamo già e ora ne abbiamo scientifico riscontro. Quello di cui invece non eravamo a conoscenza è che esistono neuroni e programmi mentali che raccolgono il parallelismo, i contorni, addirittura ce ne sono di specifici per riconoscere i volti, le mani e per rintracciare il movimento.

Con il giusto equilibrio tra rigore scientifico e tono divulgativo, il manuale di Riccardo Falcinelli colma la distanza che intercorre tra l'oggetto e il soggetto mediante un'operazione prima di scomposizione, analizzando la biologia dell'occhio e del cervello, poi di ricomposizione per arrivare così all'intelligenza visiva, fulcro del suo lavoro. Nel percorso, l'autore sta attento a non scivolare nel riduzionismo fisiologico, sottolineando ogni qualvolta se ne presenta l'occasione l'importanza della componente culturale ed emotiva che non solo influenza, ma spesso determina l'atto del guardare.
Ci si imbatte in simpatiche scoperte, come il fatto che nelle pecore esiste un modulo delle corna (se indossate l'ingombo, verrete ricosciuti dalla pecora come appartenente alla sua stessa specie, a prescindere dal viso e dal muso) o che i ragni si accoppiano di fronte ad una macchia nera con due tratti esterni; l'evoluzione, Darwin docet, lavorerà per trasformare i componenti elementari nella sofisticata macchina che oggi è l'uomo. O meravigliose rivelazioni, come quella che per restituire un'immagine fissa il sistema visivo, che si è dovuto evolvere per rintracciare il movimento, deve generare tramite le cellule dell'occhio un tremolio che poi il cervello va a sottrarre: deve far muovere ciò che è fermo per poterlo vedere fermo! O ancora che le regole di prospettiva euclidea comportano comunque gradi di convenzione e non sono portatrici di immediatezza figurativa, descrittori universali del "mondo così com'è". E qui si aprirebbe un abisso.

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Tra un colpo all'empirismo e l'altro a pezzi della Gestalt, Falcinelli invita a liberarsi dei livelli di semplificazione e abbattere i luoghi comuni, ad esempio quello che "un'immagine vale più di mille parole", come se le immagini parlassero a tutti nello stesso modo prescindendo dalla storia emotiva e culturale dell'individuo; la scrittura stessa non è poi una sequenza di immagini, le lettere?
Solo superando lo sterile dualismo tra arte e scienza si possono demolire falsi miti abusati e pericolosi, come la creatività tout-court che «si fa beffe degli altri e dello studio, esclusivamente impegnata ad esprimere se stessa» e che, pertanto, consente, a chi nel suo nome «pretende una libertà di espressione svincolata da tutto», di appellarsi, come unico principio progettuale, alla spontaneità che si contrapporrebbe alla studio, che imprigionerebbe addirittura il talento, laddove «nessun talento è diventato meno brillante studiando, ragionando o argomentando le proprie "intuizioni"». Infatti «guardare consapevolmente è già pensare; e pensare consapevolmente è già progettare». Non basta, insomma, un'asimmetria per generare una tensione o il semplice uso di una campitura cromatica per evocare un allarme o per trasmettere serenità. Comprendere come lo sguardo esplora e come il cervello conosce è una base ineludibile per orientare le scelte della progettazione visiva.

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