Filippo Bubbico*, 26 settembre 2012, ore 12:00

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Federico Patellani, Milano, 1945.

Marzio Pieri, uno dei più grandi critici letterari viventi, ha così scritto di Peppe Lomonaco:

Il mio incontro con Lomonaco fu dei massimamente fortuiti; una famiglia di suoi parenti (nacque e vive Lomonaco a Montescaglioso, presso Matera, la città dei Sassi) abitava sullo stesso pianerottolo di un diruto ma magniloquente edifizio settecentesco nel quale a carissimo prezzo, e non trovando di meglio, vissi dieci anni nella per me sempre inospitale Parma.
[...] Ho divagato; venne Lomonaco dai suoi e non so come fecero a farmi sapere che, per diletto, 'scriveva'. Mi sentii gelare ma cortesia voleva che io dessi una occhiata al dattiloscritto. Riconobbi, con gioia (falsa è l'immagine del critico lettore che gode a strapazzare e deprimere i possibili concorrenti, ci sono falsi critici come falsi profeti ma, per chi non si rende loro complice, riconoscibili da poche, sempre uguali caratteristiche; ad esempio la fiducia che un buon libro si legga tutto d'un fiato; ...), la presenza d'un comico naturale insolito; e lo incoraggiai a continuare. La sua storia d'un passaggio da Matera del re piccino Cagoja, al quale i provveditori della città costruiscono una macchina-cesso degna di tanto sedere, e che, per calcolo errato, pulisce al re il mostaccio invece del culo sabaudico, mi fa scoppiar le trippe ogni volta che la rileggo (Visite eccellenti si chiama il libro; e Lomonaco ha ora i suoi fans). Siccome il cervello non si placa mai, costretto a improgrammabili accostamenti, ci ho dovuto ripensare vedendo il bellissimo film di Bellocchio, Vincere (la visita del re nanerottolo a Mussolini ferito, dissero gravemente, certo non abbastanza, sul Carso, e s'ebbe un anno e mezzo di licenza, chissà quanto soffrendo per la lontananza dal campo dell'onore) [...]. Una meraviglia, dove Lomonaco, fosse magari anche per un'unica volta (ma non me lo auguro) mostra di aver capito la lezione essenziale: scrivere non è gravare la pagina di segni oscuri, si scrive sottraendo. Aria fra le parole, difficoltà essenziali nel trapasso da una frase all'altra, nelle sconnettiture del terreno ricco di dentro più che di fuori.

Il romanzo È stata una lunga giornata racconta, senza abbandonare la vena ironica e a volte satirica che caratterizza tutti gli scritti dell'autore, una intensa e toccante storia d'amore fra un ragazzo ed una ragazza che, da emigrati, si incontrano nella Milano della fine degli anni sessanta (1968/69). Peppe Lomonaco fa ruotare magistralmente attorno alla bella storia d'amore i fatti drammatici che gli italiani hanno vissuto negli anni degli attentati e delle stragi per destabilizzare l'assetto democratico della nazione. Alle puntuali descrizioni dei luminosi e morbidi paesaggi ora aspri, ora aridi, si contrappongono le crude realtà sociali fatte di miserie ma anche di intense umanità.
Lo svolgimento dei fatti viene alternata da pungenti e ironiche storielle senza mai cadere nella banalità e nella provvisorietà. La narrazione dell'amore fra i due giovani, diventati di colpo adulti e consapevoli del proprio ruolo nello svolgimento dei fatti, non cede mai agli stucchevoli sentimentalismi romantici ma, come nei dipinti di Corbet, Millet, Daumier, che alle opere di insignificante passatempo preferivano la denuncia sociale, racconta la drammatica realtà di vite vissute fra sacrifici inumani, baci rubati velocemente in sella al Caballero (mitica motocicletta degli anni sessanta) e determinazione nella lotta per migliorare le proprie condizioni di vita.
I dialoghi con i compagni di fabbrica del protagonista diventano il pretesto per ricostruire alcune pagine gloriose della storia della Resistenza e degli anni del dopoguerra attraverso il contatto diretto con uno dei più grandi e valorosi combattenti per la libertà, il comandante Visone (Giovanni Pesce), e con un protagonista delle occupazioni delle terre incolte, Spartaco Bandiera, che sconta dieci mesi di carcere e quando esce non trova né terreni da coltivare né tanto meno lavoro. "Non potevo nutrire la famiglia di lampascioni e di erbe selvatiche, non potevo piegarmi al volere del parroco, non potevo mandare mia moglie dal sindaco o dal collocatore, dice. È da quindici anni che è venuto via dal suo paese con tutta la famiglia".

 

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Mario De Biasi, Pausa di mezzogiorno in viale Ortles, Milano, anni 50.


Il crudo realismo che caratterizza la conclusione del romanzo conferma la tendenza lirica e, allo stesso tempo, drammatica dell'opera di Lomonaco che sa scrivere, con acutezza e intelligenza, storie di vita vissuta senza cedere a inutili romanticismi o a falsi pietismi. Il progetto grafico è di Mauro Bubbico; la copertina rimanda alla Milano degli anni sessanta e lascia immaginare le prospettive profonde dei disegni delle architetture del secondo Novecento.

Il romanzo È stata una lunga giornata di Peppe Lomonaco, edito dalla casa editrice L'urlo del sole, riceverà il prestigioso riconoscimento dell'ottava edizione del premio nazionale letterario Giacomo Matteotti indetto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri del Governo Italiano.

*Architetto, ordinario di Storia dell'Arte presso il Liceo Artistico "C. Levi" di Matera

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