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Salvatore Ditaranto, 08 novembre 2010, ore 13:00

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René Magritte, Il castello dei Pirei, 1959

I nostri piccoli paesi sono come colonie extramondo di androidi, macchine spaziali, di cui si è perso il controllo, che navigano senza rotta definita, senza futuro certo, immerse nel magma di un tempo lento, incessante, con un ritmo sempre uguale a se stesso. Nulla accade che non sia già previsto fino a che un giorno quella monotonia viene interrotta dal ritorno di un emigrante, dalla visita inaspettata di un turista o di un personaggio importante, uscito come dai libri, dai fumetti, dal cinema, dalla schiera dei miti che coltiviamo come entità astratte, come concetti senza corpi. Al paese può succedere di vedere Francesco Guccini uscire dal bar della piazza come fosse cosa di tutti i giorni o Chet Baker suonare sulla cassa armonica allestita per la festa patronale. È in questi momenti che quel vagare perso e lento si sospende per un attimo e senti di appartenere al mondo. (M.B.)

Non capita spesso di trovarsi fianco a fianco con un artista di fama mondiale, un’autentica icona del jazz. È ancora più raro non rendersene conto, vuoi per manifesta ignoranza del mondo dell’improvvisazione musicale e dei suoi più autorevoli esponenti, vuoi per un astigmatismo accentuato o un qualsiasi difetto di percezione che impedisce di riconoscere l’artista, vuoi per la giovane età e lo studio del violoncello che all’epoca ti impegnava la quasi totalità del tempo, avvicinandoti al virtuosismo elegante e misurato di Andrè Navarra che al cool jazz o al bebop di Dizzie Gillespie & company. Delle tre l’ultima, nonostante un astigmatismo galoppante che procede tuttora inesorabile, quasi più veloce dell’inflazione degli ultimi anni.

L’estate dell’85 l’avevo trascorsa suonando con la banda del paese per le piazze del Meridione e a settembre ero pronto per il rientro a scuola. Una riunione convocata d’urgenza dalla dirigenza della banda ci informò tutti della presenza a in paese di tale Chet Baker, trombettista jazz che tra un festival e una tournée aveva deciso di ricaricare le pile proprio dalle nostre parti, ospite di un suo allievo nostro compaesano, Mario Andriulli. Nessuno tra noi aveva mai udito quel nome, e l’idea di realizzare un concerto in suo onore con relative prove, per di più gratis, non è che ci entusiasmasse. Ad ogni modo, la cosa si doveva fare e si fece.

Il primo giorno di prove fu memorabile: sin dall’arrivo in abbazia, luogo deputato ad ospitarci e a far da madrina all’insolito incontro tra il profano suono della tradizione bandistica e il sacro suono del jazz, notai con stupore un impressionante numero di persone che attendevano l’arrivo di Chet per intervistarlo, per rubargli un autografo o per farsi immortalare in uno scatto da incorniciare ed esibire in salotto. Lui non arrivò prima che il maestro decretasse il “rompete le fila”. Non avevo idea di come fosse, lo immaginavo grasso, di colore, vestito elegante con papillon, dall’atteggiamento altezzoso e distaccato. Quando entrò nella Sala degli affreschi sembrava invece uno dello staff: vestiva jeans e maglione di lana d’annata (a settembre!) su t-shirt bianca, portava degli strani occhiali da vista stile Kevin Costner in JFK, era magrissimo, il volto segnato con le guance scavate, le rughe precocemente scolpite attorno agli occhi e sulla fronte, soprattutto era bianco.
Aveva intorno ai cinquantacinque anni, ma ne dimostrava almeno settanta. Scoprii dopo che l’essere filiforme e precocemente invecchiato derivava dall’uso quotidiano di eroina, la stessa sostanza che aveva ucciso a soli 34 anni il grande sassofonista nero Charlie bird Parker e che affliggeva decine di jazzman in una folle corsa collettiva all'autodistruzione. Chet era ridotto ad una larva tenuta in vita soltanto dal filo sottile della musica.

Il secondo giorno di prove stranamente giunse in anticipo, seguito, oltre che da Mario, dalla sua ultima compagna Diana Vavre, sassofonista jazz. La sala era ancora vuota e per un attimo mi trovai solo con lui, e mentre io sistemavo sedie e leggii Chet, anziché dedicarsi al suo strumento, si avviava verso la batteria e accennava alcuni standard ritmici. Conscio del rimprovero che mi sarebbe arrivato da Giuseppe Santarcangelo, suonatore di tamburo in banda nonché batterista per l’occasione, per aver permesso ad altri di oltraggiare le sue percussioni, istintivamente gli dissi di smettere e lui senza batter ciglio ripose le bacchette e, sorridendomi, con un semplice «sorry» ritornò al suo posto. Posto, manco a dirlo, proprio a fianco al mio, davanti al leggio del Maestro. Per tutto il tempo se ne stava lì seduto e tranquillo e di tanto in tanto mi chiedeva di procurargli della coca… cola. Non credo che il suo corpo, già fortemente provato, tollerasse l’acqua. Si nutriva di sole bollicine.

Nonostante la mia giovane età, la musica mi si era presentata che ero piccolissimo. Avevo ascoltato già diverse cose ma non mi era mai successo di emozionarmi così al suono di una tromba. Durante le prove non l’ho mai visto alzarsi, quando iniziava il solo assumeva una posizione fetale come a volersi proteggere, a nascondere lo strumento. Lo vedevi tutto rannicchiato, con le gambe accavallate e il busto proteso in avanti, con la testa in giù. Una posizione scomodissima per chiunque, figurarsi per uno che doveva controllare bene il respiro e dosare con cura ogni soffiata, eppure riusciva a mantenere una frase per molto tempo prima di riossigenare i polmoni.

E poi il suono. Velluto pregiato su cui disegnava dapprima un accenno di melodia per poi iniziare a librare tutto il talento di improvvisatore puro senza mai forzare, senza mai eccedere, controllando ogni singola nota senza mai appesantire il fraseggio, senza mai imbrattare la tela pentagrammata di sonorità forti, di piroette capaci sì di stupire ma non di emozionare. La sua era musica sublime e sublime diveniva ogni singolo frammento di Summertime e di Fever, suonati nel chiostro abbaziale quella sera di settembre dell’85, tra il silenzio di migliaia di persone.

Menzione a parte merita il suo guardaroba a dir poco “essenziale”. Indossò sempre le stesse cose e pochi giorni dopo, a Umbria Jazz in un concerto-evento con lui ospite d’onore, si propose al grande pubblico con gli stessi jeans, maglione e t-shirt esibiti dalle nostre parti. Forse per questo io scelsi di continuare con la classica, sperando un giorno di concedermi perlomeno un ricambio d’abito.

È vivo il ricordo di averlo visto sorridente e tranquillo, disponibile con tutti e rasserenato dal calore offertogli in quel soggiorno montese che sicuramente l’avrà accompagnato nel prosieguo, seppur breve, di un’esistenza travagliata, fatta di eccessi e segnata dall’abuso di droghe ed alcol. L’amore per la musica non è bastato a colmare il vuoto di affetti e di sincera considerazione, vera linfa vitale di cui lui, come ogni mortale, reclamava il bisogno.

 

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Commenti  

Belíssimo texto!
Citazione Wellington Mendes il 30 Settembre 2019 alle 23:09
Quanto letto mi ha colmato di affetto e di alta considerazione nell'artista Chet, che amo nel suo modo di esprimere la musicalità che portava dentro. Grande espressione di amore nei suoi confronti. Grazie da un suo fan.
Citazione Enzo Antonio d Avanzo il 19 Giugno 2012 alle 15:06

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