Redazione, 13 gennaio 2011, ore 04:00

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Una coperta prelevata da un volo aereo (la mobilità, nuovo paradigma del potere) e resa bandiera: la "pesantezza" del partito, il suo essere avvolgente ma a volte soffocante. E in piccolo, quattro muri: una volta spazi occupati da quegli stessi manifesti, oggi vuoti, in attesa di tornare ad essere supporto per l'espressione delle idee.
Stefano Faoro*

Si inaugura domani, 14 gennario, e rimarrà aperta fino al 7 febbraio, alla Casa dell’Architettura di Roma, "Avanti popolo. Il PCI nella storia d'Italia", 70 anni di storia del nostro Paese raccontati attraverso documenti originali esposti nelle bacheche o digitalizzati, le vignette di Staino e Altan, filmati d'archivio e il film di Mimmo Calopresti "Anch'io ero comunista", immagini e interviste a registi, appassionati e sceneggiatori. All'interno della mostra, una sezione dedicata alla grafica e curata da Bruno Magno e Stefano Rovai dal titolo "Progetti/ Confronti/ Incontri. 34 designer interpretano il PCI". Trentaquattro grafici interpretano la propria idea del Partito Comunista Italiano con una formula singolare: ciascuno dei diciassette senior designer, oltre a tradurre visivamente il proprio modo di essersi rapportato, in maniera diretta o indiretta, con il Partito, ripercorrendone valori, significati, illusioni o disillusioni ad esso legati, ha selezionato un giovane progettista grafico, nato all'incirca nel momento in cui il partito si è sciolto, invitandolo a confrontarsi con lo stesso tema e con lo stesso mezzo, il manifesto 70x100 cm.

Da questa iniziativa e dal rapporto progettuale tra generazioni diverse di operatori della comunicazione scaturisce un’occasione di dialogo e di confronto costruttivo su un tema che tanto rilievo ha avuto nella nostra storia politica, sociale e culturale. In data da definire, si terrà una giornata di incontri sul tema della grafica di pubblica utilità.

Di seguito, l'elenco dei designer invitati all'iniziativa no-profit e in corsivo i giovani grafici rispettivamente selezionati:
Franco Balan, Gianluca Naccarato; Vincenzo Bergamene, Sonia Ziello; Mauro Bubbico, Stefano Faoro; Tiziana Casselon, Giulia Forenza; Franco De Vecchis, Melissa Troiani; Bruno Magno, Giulia Scifoni; Francesco Messina, Roberto Duse; Armando Milani, Sara Paioncini e Maura Puddu; Elisabetta Ognibene, Caterina Zanasi; Mauro Panzeri, Silvia Capurro; Mario Piazza, Marco Basti; Andrea Rauch, Fupete; Stefano Rovai, Niccolò Manzoni; Gianni Sinni, Laurie Elie; Leonardo Sonnoli, Irene Bacchi; Tapiro, Kim Costantino; Giuliano Vittori, Luca Coppola.

L’evento è una iniziativa della Fondazione Istituto Gramsci e della Fondazione Cespe (Centro Studi di Politica Economica).

http://ilpcinellastoriaditalia.it/mostra.html

 

* Stefano Faoro nasce a Belluno nel 1984. Studia architettura a Venezia e progettazione grafica all'ISIA di Urbino. Attualmente è uno dei partecipanti al master in progettazione grafica e tipografia Werkplaats Typografie, ad Arnhem, in Olanda. Ha lavorato con lo studio Tam Associati di Venezia e con lo studio Tassinari/Vetta di Trieste. Nel 2009 ha collaborato con Carlo Vinti all'allestimento de “I Colori del Ferro, libri e riviste della Cornigliano Italsider” alla Fondazione Corrente di Milano. Ha all'attivo numerose partecipazioni a collettive nazionali e internazionali. Si interessa soprattutto di editoria, illustrazione e progettazione grafica, provando a portare avanti ricerche personali sui mezzi e sui contenuti.

 

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Mauro Bubbico racconta filologicamente un anno di lotte contadine, il 1949, capeggiate da donne. Erano saldi e veri i valori del comunismo. Con insopportabile retorica, ogni decennio quelle lotte vengono puntualmente celebrate, ma della civiltà contadina finita con l'invenzione del frigorifero si sono oggi persi i riferimenti.

"Nei paesi democratici la scienza dell’associazione è la scienza madre, quella dalla quale dipende il progresso di tutte le altre […] Il paese più democratico del mondo è anche quello in cui gli uomini hanno perfezionato e applicato più frequentemente l’arte di perseguire in comune gli oggetti dei desideri comuni". Alexis de Tocqueville, La democrazia in America

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