Franco Mazzoccoli, 16 marzo 2011, ore 16:00

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Un film di Buñuel del 1958, Nazarin, termina con il protagonista, un prete, che percorre una strada polverosa ed assolata dirigendosi verso la prigione, il fallimento e la morte. Una venditrice ambulante lo vede, ha pietà di lui e gli regala un frutto mentre, in sottofondo, in crescendo, ascoltiamo il suono dei tamburi di Calanda, il paese d'origine del regista, dove, durante la settimana santa, un corteo percorre, all'alba, avvicinandosi lentamente, le strade del paese al suono dei tamburi, rievocando la morte di Cristo.

Ogni volta che arriva il martedì grasso a Montescaglioso non posso fare a meno di pensare a quel film e a quel suono. Sin dalle prime luci dell'alba il suono delle campane agitate vigorosamente dai partecipanti al carnevale rimbomba per tutto il paese. Dapprima in lontananza e poi sempre più vicino e fragoroso. È l'inizio della fine del Carnevale.

Nato dalle tradizioni culturali dei massari e dei braccianti, il "Carnevalone" di Montescaglioso prevedeva che i partecipanti utilizzassero costumi realizzati con pelli di animali. In seguito la tela di canapa, di juta, la plastica dei sacchi per le sementi, la carta dei giornali, i cartoni e i vestiti smessi hanno sostituito, con il passare del tempo, i costumi originari.
All'alba, come si diceva, inizia la vestizione delle varie figure che hanno una loro simbologia e che seguono regole gerarchiche precise. Il corteo inizia con la Parca che, per farsi largo fra la folla, fa ruotare il fuso, simbolo della ruota del tempo che non si ferma mai e della morte che immancabilmente arriva. Le gambe delle persone che assistono alla sfilata rischiano continuamente di essere colpite e se dovesse accadere sarebbero guai. Seguono le maschere con i campanacci più grossi e più pesanti che vengono fatti suonare battendoli sul ginocchio. Poi la Quaremma, la moglie del Carnevalone, vestita di nero che, ormai consapevole della morte del carnevale, chiede offerte in denaro e in natura che dovrebbero servire per far crescere il neonato che reca in braccio, ma che in realtà vengono utilizzate per la grande abbuffata serale. Il Carnevalichio, il carnevalone del prossimo anno, può essere trasportato in una carriola che in effetti serve per depositare e trasportare tutto quello che la Quaremma riesce a farsi offrire. Chiude il corteo il Carnevalone, ormai vecchio e con la barba bianca, avvolto in un mantello nero e sul dorso di uno spaurito asino. La sua ora è ormai giunta. Non parla ma con sé, sui fianchi dell'asino, trasporta cartelli con sgrammaticate frasi di critica verso tutti, contro i politici, contro il maltempo, contro il governo.
Alla fine si contano gli incassi e ci si prepara alla morte del carnevale e alla lunga notte sacrilega in preparazione della Quaresima.
A mezzanotte, come per incanto, tutto torna a tacere. Lugubri rintocchi di campana fanno cessare la baldoria: inizia la quaresima e la penitenza. Le massaie fedeli ad un'altra antica tradizione esporranno alla finestra, nel giorno successivo, quello delle Ceneri, infilati ad una corda, sette pupazzi neri ed uno bianco che rappresentano nella fantasia popolare le settimane di lutto del periodo quaresimale, la Pasqua, la Resurrezione e il ritorno alla vita.

U' zit' e a zit'
Quanto descritto prima si svolge nella mattinata del carnevale. Verso sera, invece, un'altra tradizione che va ormai scomparendo prevede cortei di uomini mascherati, con abiti maschili e femminili, accompagnati da un suonatore di fisarmonica ad imitazione di una sfilata nuziale. I loro vestiti dai colori accesi, la loro serietà per le vie del paese, i loro balli improvvisati sono ormai un piacevole ricordo che l'associazione Anziani di Montescaglioso sta tentando di far rivivere.

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