Franco Mazzoccoli, 04 ottobre 2010, ore 14:00

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Corso della Repubblica, Montescaglioso (Mt).

Il fascismo è caduto, il nome della via sulla cartolina è stato corretto, ma sul muro campeggia ancora la scritta Il duce a sempre ragione.
Nella cartolina del 1966 (sotto), la scritta sul muro è stata eliminata, non l'altoparlante da cui venivano diffusi i discorsi del duce

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Nel novembre del 1932 la redazione de Il giornale d'Italia decise di inserire all'interno del quotidiano una pagina interamente dedicata alla Basilicata. Alla richiesta di collaborazione rispose immediatamente il corrispondente da Montescaglioso, Antonio Desiderio, che inviò da quel momento e fino alla definitiva chiusura del quotidiano stesso, avvenuta durante il 1944, centinaia di articoli che riguardavano, appunto, il paese.

Di Desiderio parleremo ampiamente in un futuro appuntamento. Ci basti, per il momento, dire che i suoi interventi spaziarono dalle notizie politiche a quelle culturali senza minimamente tralasciare quelle di carattere leggero o "di colore", con la scoperta intenzione di nominare, e quindi di pubblicizzare, sia pure in piccolo, gli amici, i parenti e, addirittura, se stesso, anche inventandosi la notizia. Nelle sue descrizioni dei fatti e dei luoghi del paese esagerava bonariamente definendo, per esempio, con molta fantasia e generosità, piazza Roma il "salotto della città". Dotato di una semplice e ingenua ironia riusciva a cogliere il lato comico della notizia, attitudine che avrà modo di ampliare in seguito, dopo essersi liberato della retorica fascista, scrivendo ancora per Il giornale d'Italia, rinnovato dopo la proclamazione della repubblica, e soprattutto per Il tempo.

Fra le sue corrispondenze, durante il regime fascista, Desiderio diede notizia ai lettori che nell'ottobre del 1938 fu nominato segretario politico del Pnf (Partito Nazionale Fascista) locale l'avvocato Franco Locantore, in sostituzione del dott. Rocco Buccico, diventato segretario del Guf (Giovani Universitari Fascisti) a Matera. Immediatamente, appena insediato, come sua prima e impellente preoccupazione, il nuovo segretario politico fece installare al di sotto dell'orologio della via principale di Montescaglioso, l'allora corso Vittorio Emanuele II, un potente altoparlante da utilizzarsi per fare ascoltare ai montesi i discorsi del duce. Su una parete quasi di fronte all'altoparlante c'era una scritta a "caratteri di scatola", come si diceva allora, con la quale si avvisava la popolazione che il duce aveva sempre ragione. Avrà, forse, avuto sempre ragione, ma chi scrisse quelle poche parole dimenticò di metterci la "h" (la "mutolina" o la "mutina", sempre secondo il linguaggio dell'epoca) davanti alla "a" perché diventasse un verbo. Poca cosa se si considera che in quel periodo la percentuale di analfabetismo in Italia, e a maggior ragione nei nostri paesi, raggiungeva il 36% della popolazione e quindi, che ci fosse o no la mutina, la sua mancanza serviva a poco. L'importante era che i cittadini montesi sapessero che quei segni sul muro significavano che bisognava rispettare il duce perché aveva sempre ragione. Il 10 dicembre del 1940 lo stesso Il giornale d'Italia pubblicò la foto di corso Vittorio Emanuele II con altoparlante e scritta, anche questa con un errore per cui il nostro paese diventò "Montescoglioso" piuttosto che "Montescaglioso". La foto fu realizzata dallo studio fotografico Simone di Bari che la utilizzò per stampare delle cartoline postali.
Ebbene, alla caduta del fascismo, il fotografo, utilizzando la stessa foto e apportandovi qualche leggero ritocco, si affrettò a cambiare il nome del corso che nel frattempo era diventato corso della Repubblica, ma commise un altro errore. Dimenticò di cancellare dalla foto originale l'immagine dell'altoparlante e della scritta, per cui, secondo l'immagine fotografica riproposta, risultò che anche durante la Repubblica il duce aveva sempre ragione! Solo nella riproduzione del 1966 dalla stessa foto, ancora una volta leggermente ritoccata, venne eliminata la scritta, ma rimase l'altoparlante, a testimonianza di un passato fatto di parole, di segni e di immagini imbonitrici.

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